LA
CONSULTA ARALDICA DEL REGNO D’ITALIA
E IL
LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA (UFFICIALE)
La fonte principale del
diritto nobiliare del Regno d’Italia era l’Art.
79 dello statuto fondamentale del Regno, che stabiliva che i titoli
nobiliari sono mantenuti per coloro che ne hanno diritto; il Re può
confermarne dei nuovi, ed in attuazione del quale furono nel tempo
emanati dei decreti vari regi decreti, per regolamentare da un lato la
prerogativa Regia di conferire nuovi titoli nobiliari, dall’altro, la
conservazione dei titoli preesistenti all’unita d’Italia.
Il primo e più importante di questi decreti fu quello col quale l’8
maggio 1870 venne istituita la Consulta Araldica del Regno, organo
consultivo competente per tutte le questioni nobiliari ed araldiche.
Fondamentale fu pure il Regio decreto del 21 gennaio 1929 n. 61 che
introdusse nell’ordinamento giuridico Italiano un istituto nuovo:
l’ordinamento dello stato nobiliare Italiano.
Questo si divide in tre parti, la prima contiene le norme generali di
legislazione nobiliare, disciplina perciò la potestà Regia a riguardo,
distingue i vari provvedimenti nobiliari, pone le norme per la
concessione, il riconoscimento, l’uso, la perdita, la successione dei
titoli e distinzioni nobiliari; la seconda contempla l’ordinamento
dell’ufficio e della Consulta e dell’ufficio araldico; la terza
contiene norme procedurali circa le domande, i ricorsi, e gli atti di
opposizione relativi a provvedimenti di materia nobiliare circa la loro
spedizione. Parallelamente la Consulta Araldica ha prodotto una grande
quantità di massime di diritto nobiliare, la maggior parte delle quali
fu poi recepita nell’ultimo ordinamento dello Stato Nobiliare approvato
nel 1943.
IL LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA' ITALIANA (UFFICIALE)
Come tutti gli storici e araldisti più preparati sanno, quando si parla
di Libro d'oro della Nobiltà Italiana, s'intende ovviamente quello
ufficiale della Consulta Araldica del Regno d'Italia. Esso è infatti un
Registro Ufficiale conservato presso l'Archivio Centrale dello Stato in
Roma, compilato appunto dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia,
organo statale costituito nel 1869 presso il Ministero dell'interno.
Il vero Libro d'oro della Nobiltà Italiana è strutturato in 41 volumi
suddivisi in due serie:
- Libro d'oro della nobiltà Italiana, vecchia serie in 11 volumi;
- Libro
d'oro della nobiltà Italiana, nuova serie, in 30 volumi.
La Consulta Araldica venne istituita proprio per evitare abusi ed
usurpazioni nel mantenimento dei titoli nobiliari già esistenti negli
Stati preunitari e fu incaricata di tenere un "Registro di titoli
gentilizi" nel quale era obbligatoria l'iscrizione per aver diritto di
pubblica attribuzione del titolo.
Nel 1889 fu istituito un Elenco delle
famiglie che avevano ottenuto Decreti di concessione o riconoscimento
di titoli nobiliari dopo l'unità d'Italia e contemporaneamente vennero
redatti 14 Elenchi Regionali, nei quali vennero iscritte le famiglie
già registrate negli Elenchi Ufficiali degli stati preunitari.
Nel 1896
venne quindi istituito presso la Consulta Araldica il "Libro d'oro
della nobiltà italiana, nel quale furono iscritte le famiglie che
avevano ottenuto decreti di concessione, conferma o rinnovazione di un
titolo nobiliare da parte del Re, ovvero decreti Reali o ministeriali
del riconoscimento del proprio titolo nobiliare.
Nel 1921 venne
approvato l'Elenco Ufficiale delle famiglie nobili e titolate del Regno
d'Italia": l'elenco comprendeva tutte le famiglie già iscritte nei
Registri Regionali, ma un asterisco contrassegnava quelle che avendo
ottenuto il decreto Reale o ministeriale, erano state inserite nel
Libro d'oro della nobiltà italiana.
Nel 1933 venne approvato un secondo "Elenco ufficiale della nobiltà
Italiana", a cui fu annesso anche un lenco dei predicati nobiliari.
La
Consulta Araldica, pur non essendo mai stata emanata la legge che
avrebbe dovuto regolamentarne la soppressione, nel 1948 cessò le sue
funzioni, in seguito all'entrata in vigore della XIV disposizione
transitoria e finale della Costituzione Italiana.
Questo serio repertorio ufficiale non è quindi assolutamente da
confondersi come invece spesso erroneamente avviene, con l'omonimo
repertorio privato, denominato “abusivamente” anch'esso Libro d'oro
della nobiltà Italiana, che si stampa a Roma dal 1910 a cura del
Collegio araldico - Istituto araldico romano, semplicemente
amministrato dalla famiglia Colonnello Bertini Frassoni. Quest'ultimo
Libro d'oro della nobiltà Italiana è in quindi un “plagio”, di nome e
di fatto, dato che quello ufficiale come si è visto è quello della
Consulta Araldica del Regno d'Italia, e dato inoltre il fatto che
l'opera non contiene inoltre i dati anagrafici e biografici di tutta la
nobiltà Italiana.
Le stesse, sono invece regolarmente censite nel LIBRO
D'ORO UFFICIALE dello stato, e nel più più antico repertorio nobiliare
Italiano, cioè l'ANNUARIO DELLA NOBILTA' ITALIANA, la cui prima
edizione risale infatti al 1878.
Il Libro d'oro (plagio), è infatti
composto da appena 2 volumini, nei quali sono menzionate solo 2500
famiglie, a dispetto dei 41 volumi del LIBRO D'ORO DELLA NOBILTA'
ITALIANA UFFICIALE, o dei 4 grandi volumi con circa 20.000 famiglie
censite dall'ANNUARIO DELLA NOBILTA' ITALIANA.
Le casate menzionate nel
libro d'oro (plagio), sono quindi solo una parte di quelle esistenti su
territorio nazionale. Tra queste vi sono quelle iscritte negli Elenchi
Ufficiali del Regno d'Italia, e ad esse i Colonnello Bertini Frassoni
hanno deciso di aggiungere anche famiglie riconosciute
dall'associazione privata denominata Corpo della Nobiltà Italiana, e
quelle del Sovrano Militare Ordine di Malta, o dalla Repubblica di San
Marino, o infine del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio. Al detto
“criterio di censimento” i proprietari della pubblicazione hanno
inoltre deciso di aggiungere altre famiglie a loro piacimento, dopo
previa presentazione della relativa documentazione nobiliare. Inoltre
come si legge nelle cedole di sottoscrizione ed adesione all'opera,
l'inserimento di una famiglia è subordinato all'invio dei dati da parte
della medesima, e alla sottoscrizione col pagamento anticipato di
almeno una copia dell'opera. Come tutti gli araldisti più preparati
sanno, il censimento nobiliare dell'opera non rispetta affatto i
criteri enunciati nella prefazione della medesima, presentando infatti
gravi omissioni ed imprecisioni di natura nobiliare.
Negli anni 30 la
Presidenza del Consiglio dei ministri, proprio per difendere
l'integrità del vero Libro d'oro della nobiltà Italiana, emise infatti
nei confronti del Collegio Araldico Romano, un decreto di inibizione
all'uso del nome "Libro d'oro", in quanto era lo stesso di quello del
Registro Ufficiale dello Stato, e ciò rischiava di ingenerare
confusione nei lettori. Le edizioni del 1933-36 (stampata nel 1935) e
del 1937-39 (stampata nel 1939) vennero perciò intitolate "Libro della
Nobiltà Italiana" levando la parola "d'Oro" dal titolo. Ma dopo la
sospensione di tutti i repertori nobiliari Italiani per le note vicende
belliche, tra il 1939 e il 1949, l'opera riprese tuttavia ad essere
pubblicata sempre con periodicità irregolare, con molte imprecisioni
nobiliari, e con lo stesso nome del documento ufficiale dello stato.
L’Archivio di Stato di Roma è collocato all’interno del palazzo
della Sapienza, in corso del Rinascimento, nel rione Sant'Eustachio,
mentre la sede succursale si trova in via di Galla Placidia, nel
quartiere Collatino.
Esso nasce con il regio decreto del 30 dicembre 1871 con lo scopo di conservare:
gli atti degli organi centrali dello Stato pontificio
gli “atti dei dicasteri centrali del Regno, che non piu' occorrono ai bisogni ordinari del servizi”
gli archivi giudiziari e notarili romani fino all'unificazione del regno d'Italia,
gli atti degli uffici statali con sede nell'attuale provincia di Roma, sia per il periodo anteriore che posteriore all'unità.
All’origine, dunque, l’archivio di Stato di Roma svolgeva anche quello
che oggi è il compito dell’Archivio Centrale dello Stato: solo con il
1953 nasce un archivio centrale indipendente ed autonomo da quello di
Roma; in quell’occasione l’archivio di Stato di Roma cedette al nuovo
archivio centrale tutta la documentazione prodotta dai dicasteri e
ministeri statali.
La documentazione iniziale consisteva negli
archivi dei vari organismi dello Stato Pontificio, riuniti assieme: in
particolare i documenti riguardavano quegli uffici e congregazioni
pontificie che si occupavano dell’amministrazione temporale dello Stato
della Chiesa, ormai scomparso con l’unità d’Italia: fanno parte di
questo patrimonio iniziale dell’archivio i fondi della Camera
Apostolica. I documenti invece che riguardavano l’amministrazione
religiosa della Chiesa rimasero in Vaticano, ed oggi fanno parte
dell’Archivio Segreto Vaticano. Inoltre, con le soppressioni religiose
del 1873, entrano a far parte dell’archivio di Stato di Roma anche i
fondi delle corporazioni religiose (ordini e congregazioni religiose),
delle confraternite e degli ospedali romani.
Una seconda grande acquisizione avvenne tra il 1916 ed il 1919, quando
fra Stato italiano e Santa Sede ci fu uno scambio di documentazione, e
dal Vaticano arrivarono importanti fondi relativi alla scomparsa
Congregazione del Buon Governo, che si occupava della vigilanza
sull’amministrazione pontificia; al catasto dell’intero territorio
pontificio; e al fondo dei notai romani. Inoltre in questo periodo
l’archivio si arricchisce con acquisizioni delle carte di importanti
famiglie romane, quali i Santacroce, i Giustiniani e i Lante. Altre
importanti acquisizioni avvennero dopo il 1960, e riguardano persone e
famiglie di Roma, antichi e recenti catasti e mappe.
IL PORTAVOCE
Dott. Alessandro Cordelli.